Una su diciannove milioni. All’incirca, così a spanne, sono le possibilità che quel ragazzo, a cui ho dimenticato di chiedere il nome, potesse incontrare dal vivo una vera Lamborghini Sián e farsi una foto al suo fianco imbracciando la versione di Lego dell’hypercar che custodiva gelosamente nel baule della sua vettura, mentre passava per caso sul Passo della Raticosa durante il nostro shooting fotografico.

Per pochissimi. Chiedo venia per la digressione, ma mentre riportavo questa Lamborghini numero 0 verso Sant’Agata Bolognese ho ripensato parecchio a questo episodio fortuito. Mi sono immedesimato in quel tizio e ho immaginato il suo stupore nel vedere per strada la supercar che magari un giorno, assemblando tutti i 3.696 mattoncini, esporrà in salotto, giusto in scala un po’ ridotta. Sì, perché l’aura che circonda una vettura del genere, al di là del design pazzesco e dei contenuti tecnologici, è proprio l’unicità, l’esclusività, le scarsissime possibilità di poterne vedere in giro qualcuna. E la consapevolezza, da parte di chi la possiede, di essere uno dei pochi eletti ad avere un oggetto unico nel suo genere, uno status pagato a caro prezzo (circa 2 milioni di euro tasse e personalizzazioni escluse) che soltanto una few-off può offrirti.

Tutte differenti. Di Sián, è noto, ne esisteranno soltanto 63 (a cui si aggiungono 19 roadster, ribaltando i numeri salta fuori l’anno di fondazione della Lamborghini) e non ce ne sarà una uguale all’altra, considerato l’elevatissimo livello di personalizzazione offerto dal lavoro congiunto di Centro Stile e reparto Ad Personam in termini di colori, materiali, dettagli esterni e interni realizzati ad hoc con il 3D printing. E questo me l’ha confermato, prima che lasciassi la fabbrica di Sant’Agata con il primissimo esemplare intestato al reparto R&D, il capo collaudatore Mario Fasanetto, che si sta prendendo la briga di fare lo shakedown a ognuna delle 63 Sián (già tutte vendute) che nasceranno sulla linea V12. Mentre scrivo siamo più o meno a 40 pezzi costruiti e in parte già consegnati.

Il Supercap. Linea V12 perché, è noto anche questo, la Sián nasce sulla base della Aventador SVJ. Ma ci sono delle differenze determinanti. Non vorrei dilungarmi troppo sullo stile, di cui abbiamo già parlato, sebbene proprio il body di carbonio sia l’elemento di maggior distinzione. Mi interessa, semmai, scoprire che benefici dà quella piccola scatoletta alle mie spalle, posta fra i due sedili, con su scritto Supercap. La Sián, per chi non lo sapesse, è infatti la prima vettura di produzione a impiegare un supercondensatore, che in parole povere è un immagazzinatore di energia con una densità tre volte superiore rispetto a una batteria al litio di pari peso e tre volte più leggera di una di pari potenza. In più, fra le sue doti c’è quella di offrire cicli di scarica e ricarica velocissimi, senza surriscaldarsi mai. Il Supercap fornisce energia a un compatto motore elettrico a 48 Volt installato nel cambio che è collegato direttamente agli assi. Tutto il sistema, unità elettrica, cablaggi, inverter e supercondensatore, pesa appena 34 chili e fornisce 34 CV supplementari, un rapporto 1:1 che dà l’idea di quanta attenzione ci sia, in Lamborghini, a compensare il peso aggiuntivo dell’elettrificazione. In tutto, sotto al piede destro ho quindi a disposizione i 785 CV del 12 cilindri 6.5, che sono 15 in più rispetto all’SVJ, più quelli elettrici, per un totalone di 819.

Il contributo dell’elettrico. Dentro, la Sián è simile all’Aventador SVJ, al netto dei materiali e dei dettagli che la distinguono e di due elementi specifici: l’infotainment di ultima generazione, con schermo verticale, e un tasto sulla console per attivare il tetto di cristallo fotocromatico, per variare a piacere la luminosità in abitacolo. Dal display centrale accedo subito alla schermata dedicata all’ibrido, con due indicatori che mostrano in tempo reale i cicli di carica e scarica del Supercap. E una cosa, anche senza guardare lo schermo, noto subito: con il cambio in modalità Strada, quella più confortevole, non percepisco quel fastidioso effetto ondeggiamento fra una marcia e l’altra, da sempre il cruccio dell’Aventador e, più in generale, di tutti i cambi robotizzati mono frizione. Questo perché il motore elettrico, durante le cambiate, fornisce una piccola iniezione di coppia per colmare quel vuoto. Confort e fluidità di marcia guadagnano parecchi punti. E ad esser sincero, questo è l’elemento che distingue maggiormente la Sián dalla Aventador. Perché in accelerazione o in ripresa, dove pure l’ibrida sta davanti alla SVJ (per lo 0-100 km/h bastano 2,8 secondi, mentre il vantaggio nel 70-120 km/h arriva a 1,2 secondi), andare a scovare ognuno di quei trentaquattro cavalli in un fiume in piena da circa ottocento, non è impresa facile, specie su strade aperte.

Guida immersiva. Le vie poco trafficate che mi conducono in cima alla Raticosa permettono però di rinfrescarmi un po’ la memoria. Sono passati pochi mesi dall’ultima volta che ho guidato un dodici di Sant’Agata, ma ogni occasione è buona per riscoprire uno dei rarissimi propulsori ancora esistenti al mondo capaci di scatenare emozioni sensoriali fuori dal comune. Perché il V12 non ti avvolge soltanto col suo suono, la cui varietà di note fra il minimo e gli 8.500 è straordinaria, ma attraversa l’intero corpo con le sue pulsazioni, che filtrano attraverso i sottili sedili a guscio e che paiono vivere di vita propria. Ti senti in perfetta simbiosi con il mezzo meccanico, un’esperienza immersiva alla stregua di pochissimi altri oggetti su quattro ruote. Le mani, poi, comandano uno sterzo dalla precisione e dal feedback straordinari, altro elemento determinante ai fini della stimolazione sensoriale. Così, pur viaggiando nei limiti della decenza poiché qui non ci sono cordoli ma burroni, fra una curva e l’altra mi ritrovo a dover buttare parecchi chili di spinta sul pedale del freno; qui, il concetto spazio-tempo ha un valore differente rispetto al solito. A ogni frenata, noto peraltro l’indicatore di ricarica del Supercap che sale in fretta: l’inverter riempie praticamente del tutto la scatoletta alle mie spalle, pronta per elargire la pur piccola, ma preziosa dote di spinta elettrica.

Come un lampo. A proposito, per chi se lo fosse dimenticato la parola Sián in dialetto bolognese significa lampo, fulmine, qualcosa insomma che riporta alla mente tutta la potenza di una scarica elettrica. E io, come un fulmine, una volta riportata la Lambo a Sant’Agata mi sono lanciato sul web per vedere se avanzava ancora una Sián da comprare. Della Lego, naturalmente