Non è più un mistero: la transizione elettrica mette a rischio la forza lavoro direttamente occupata nel settore automobilistico e in particolare i cosiddetti colletti blu, ossia gli operai addetti alle catene di montaggio. L’impatto è stato quantificato negli ultimi anni da numerose analisi condotte da istituti grandi e piccoli, più o meno importanti. Tutti, però, giunti alle medesime conclusioni. Ora, gli ultimi numeri sui possibili effetti occupazionali dell’elettrificazione arrivano da uno dei principali centri di ricerche della Germania, l’Ifo di Monaco di Baviera. Il suo ultimo studio, commissionato dalla Vda, l’associazione di rappresentanza della filiera automobilistica tedesca, lancia l’ennesimo allarme e fornisce un quadro circostanziato sull’impatto della mobilità elettrica: nel solo comparto automotive della Germania sono a rischio oltre 100 mila posti di lavoro, direttamente impiegati nella produzione di veicoli a combustione interna e della relativa componentistica. 

Cinque anni critici. Nello specifico, dallo studio emerge che nei prossimi cinque anni, su un totale di 613 mila dipendenti delle Case e dei loro fornitori, saranno almeno 178.000 le posizioni minacciate dalla transizione elettrica ((137 mila direttamente impiegate, il resto nell’indotto). Di questi, solo 75.000 operai andranno in pensione. Di conseguenza, circa 103 mila persone sono a rischio disoccupazione nel caso in cui non riescano ad acquisire nei prossimi anni nuove competenze. In sostanza, se non saranno avviati percorsi di riqualificazione e formazione,  i posti di lavoro cancellati saranno più dei pensionamenti: un avvertimento, questo, più volte lanciato negli ultimi anni dalle associazioni di rappresentanza europee nei loro appelli alle istituzioni. “La trasformazione che ci si può aspettare sul fronte degli organici non sarà completamente attenuata dal pensionamento dei baby boomer (i nati tra il 1946 e il 1964, ndr). Poiché le aziende sono già consapevoli di questo problema, hanno l’opportunità di prendere misure appropriate in tempo utile, come la riqualificazione e la formazione”, spiega il presidente dell’Ifo Clemens Fuest, sottolineando come la “transizione all’elettromobilità rappresenti una sfida importante soprattutto per i fornitori, un comparto dove le aziende di medie dimensioni sono dominanti”.

Il messaggio. L’Ifo non si limita a rivolgere il suo sguardo al 2025, ma arriva fino al 2030, anno in cui molte Case ritengono di poter offrire al mercato una gamma per almeno l’80% elettrificata. Nell’arco del decennio, la transizione minaccerà almeno 215 mila posizioni legate ai motori a combustione interna, di cui 165 mila direttamente impiegati nell’automotive. Di queste, saranno 147 mila quelle cancellate dal ricorso al pensionamento e la restante parte dalla transizione all’elettromobilità vera e propria. Va comunque sottolineato che l’indagine non tiene conto della creazione di nuovi posti di lavoro nella produzione di veicoli elettrici e batterie, dunque è possibile che l’impatto sia di molto inferiore alle stime. In ogni caso, il messaggio dell’Ifo è abbastanza chiaro: se nel breve termine le conseguenze saranno compensate dagli investimenti dell’industria per lo sviluppo o l’organizzazione di strutture nuove e parallele rispetto al core business, nel lungo termine sarà necessario avviare un massiccio piano di formazione e riqualificazione.